Di Roberto Andò
Con Anna Bonaiuto, Maria Nazionale, Vincenzo Pirrotta, Virginia Da Brescia
Nell’aria l’odore del mare per la prima dello spettacolo di Roberto Andò, una natura morta (così il sottotitolo) per la Darsena Acton di Napoli. Una luna gialla si ripecchia nelle acque del porto. Quel porto dal quale migliaia sono partiti, altrettanti sono arrivati. In questo spazio invaso dal mare e dal passato risuonano i versi di Anna Maria Ortese, Georges Perec, Diego de Silva. Natura morta in mostra in questa installazione mobile su una città di dolore, disperazione, la Napoli città fatiscente di un sud fatiscente. Ognuno col proprio pezzo di mare, col proprio pezzo di storia: gli amanti, i bambini, gli uomini che giocano a carte, gli scugnizzi, i morti, gli immigrati, i borghesi, il sindaco e l’orchestrina. Dal finestrino di un tram la città scorre sotto gli occhi dell’osservatore, immobile. Una città “ridente e terribile, come appunto l’espressione di intelligenza e bontà che appare talora sul viso ai defunti”. Napoli è dunque defunta e la seguiamo, con tutti i suoi personaggi, tutte le sue storie, la seguiamo mentre si sposta in massa, come un corteo, verso la banchina. Come la processione che nei paesi del sud ancora accompagna i morti nel loro ultimo viaggio. Questo viaggio che tutti i personaggi e i musicisti dell’installazione, quasi un centinaio in tutto, attendono, uno accanto all’altro, le spalle rivolte verso il mare.
Eleonora Tedeschi
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sabato 21 giugno 2008
venerdì 20 giugno 2008
P.O.M.P.E.I. 1° SCAVO Poco Ortodossi Maldestri Piccoli e Inutili
Scendiamo in quella che ha l’aria più di una cantina che di un teatro, gli stessi odori, l’aria fresca e umida dei palazzi antichi. Lo spazio è molto stretto, intimo. Escono tre figure da una sorta di colata che arriva fino alla prima fila. Tre danzatori si muovono davanti a noi come spinti da una forza inesorabile che impedisce loro di fermarsi. Ci invidiano nella nostra tranquilla immobilità di spettatori. Chiedono scusa. Scusa per il corpo, scusa per lo spazio, scusa per l’odore. In effetti sono così vicini da poter sentire il loro respiro affannato, da poter notare i loro occhi, uno diverso dall’altro. L’accento è sulle imperfezioni, assolutamente vietate per chi il danzatore lo fa di mestiere. La danza è perfezione, l’uomo è del tutto imperfetto. Il movimento, sporcato dall’individualità, diventa affermazione di umanità, personalità. Il nuovo spettacolo della Compagnia Caterina Sagna si compone di due scavi, questo napoletano è il primo, il secondo sarà presentato in Francia. Gli scavi rappresentano il ritrovamento di forme che sopravvivono a una catastrofe come quella dell’improvvisa colata del Vesuvio. Forme che sopravvivono alla vita stessa, alla fragilità della natura umana, oltre il confine del non esistere più. I corpi ritrovati a Pompei sono mere colate di gesso che, nella loro immobilità, hanno sconfitto il tempo e sono arrivati fino a noi. La loro perfezione risiede nella loro immobilità, protratta nei secoli. L’imperfezione umana è qui rappresentata, in tutta la sua bellezza, da una danza continua, un movimento incessante che trasforma i corpi, crea e distrugge per poi ricreare nuovamente, ogni volta in modo diverso.
Eleonora Tedeschi (Lettera 22)
Eleonora Tedeschi (Lettera 22)
COSA DEVE FARE NAPOLI PER RIMANERE IN EQUILIBRIO SOPRA UN UOVO
Alla fine del percorso tra le mani stringiamo una piccola matassa, un filo, il nostro filo. “Nell’Africa mediterranea, è Ananke la grande tessitrice, che con i suoi fili tesse le passioni, le vite, le allegrie, i popoli, le città...” Ognuno ha un proprio filo, gli è stato affidato alla nascita, conduce a un destino. Sta a noi scoprire quale. Una città non è solo la pietra dei palazzi, il cemento delle strade, le foglie degli alberi. Una città è fatta da fili, destini che si incrociano, si sfiorano, si lasciano e si ritrovano, percorrono strade comuni formando una costruzione più spettacolare e più intricata di qualsiasi palazzo, chiesa, incrocio di strade. Sul piatto della bilancia il filo invisibile che lega le persone si contrappone alla città di pietra. Il nuovo lavoro di Enrique Vargas è un percorso da vivere attraverso i sensi: quello della vista in parte negato, l’olfatto stimolato da odore di incensi e limone, il tatto di mani rassicuranti e carezze nell’oscurità del cammino. All’orecchio risuonano voci, nomi, pezzi di storie che sentiamo avvicinarsi e poi, improvvisamente, allontanarsi. In uno spazio al di fuori di tutto, vivi, morti e coloro che non sono ancora nati, le loro voci e storie si intrecciano all’orecchio nell’oscurità, per esplodere in quella che sembra una festa di piazza. Ora ci troviamo a ballare l’uno con l’altro sulle note di una musichetta popolare, nel buio illuminato da meduse fosforescenti e lumini, al di là di una intera costruzione intessuta di fili che noi stessi abbiamo contribuito, praticamente, a intrecciare a quelli già presenti. Una struttura in divenire dunque che si smonta e rimonta ad ogni spettacolo, cambia forma attraverso di noi. Condotti infine in un cortile, carta, matita e un lumino acceso lasciamo una raccolta di impressioni, emozioni che questo viaggio ci ha suggerito. Difficile da descrivere con le sole parole.
Eleonora Tedeschi (Lettera 22)
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mercoledì 18 giugno 2008
ENGLAND
Due persone. Un uomo e una donna. In una galleria d'arte che potrebbe essere qualunque galleria d'arte. Comunicazione frammentata. Frammenti di informazioni. Capiamo che la donna è malata di cuore. Capiamo che il suo "ragazzo" è un mercante d'arte. La bellezza dell'arte, dei quadri. La spaventosa morte. La perfezione. L'imperfezione. Uno spettacolo che ruota intorno ai temi dell'identità, della cultura, dei viaggi, della comunicazione.
Spettatori e attori si mescolano in uno spazio che ha superato le barriere di palco e platea. Due gli ambienti, all'interno della stessa galleria, in cui si svolgono i due atti della pièce. In mezzo, uno spazio comune nel quale gli spettatori vengono portati altrove, in un luogo in cui convivono intimo e universale, dove grandi concetti etici e morali sventolano alle spalle delle personali storie dei due personaggi.
L'ultimo lavoro di Tim Crouch, nel riadattamento italiano di Carlo Cerciello, è un susseguirsi di frasi, secche, imperative, lasciate fluttuare nell'aria, due voci che si alternano e, di quando in quando, parlano all'unisono. Niente ci è chiaramente spiegato, allo spettatore il ruolo di mettere insieme i pezzi del puzzle.
Due perfetti inglesi, molto eleganti, molto sobri, con un self control tutto "british", alle prese con la tragedia di una malattia, vedono crollare il loro mondo di bellezza, di arte. La donna è malata. Il potere dei soldi le riesce a procurare un nuovo cuore e le regala ancora alcuni anni di vita. Dall'altra parte del mondo una donna ha perso il giovane marito. La donna e il suo nuovo cuore viaggiano per ringraziare, per portare un dono alla vedova del donatore, per il nuovo cuore che ora le batte dentro procurandole un certo senso di estraneità. In compenso riceve indietro una nuova storia su come il cuore è stato ottenuto, non donato. Quel cuore, in cui la vedova riesce ancora a sentire il marito. Una pièce adatta ad essere trapiantata in molteplici luoghi, pur rimanendo intatta nella propria intensità.
Eleonora Tedeschi
Spettatori e attori si mescolano in uno spazio che ha superato le barriere di palco e platea. Due gli ambienti, all'interno della stessa galleria, in cui si svolgono i due atti della pièce. In mezzo, uno spazio comune nel quale gli spettatori vengono portati altrove, in un luogo in cui convivono intimo e universale, dove grandi concetti etici e morali sventolano alle spalle delle personali storie dei due personaggi.
L'ultimo lavoro di Tim Crouch, nel riadattamento italiano di Carlo Cerciello, è un susseguirsi di frasi, secche, imperative, lasciate fluttuare nell'aria, due voci che si alternano e, di quando in quando, parlano all'unisono. Niente ci è chiaramente spiegato, allo spettatore il ruolo di mettere insieme i pezzi del puzzle.
Due perfetti inglesi, molto eleganti, molto sobri, con un self control tutto "british", alle prese con la tragedia di una malattia, vedono crollare il loro mondo di bellezza, di arte. La donna è malata. Il potere dei soldi le riesce a procurare un nuovo cuore e le regala ancora alcuni anni di vita. Dall'altra parte del mondo una donna ha perso il giovane marito. La donna e il suo nuovo cuore viaggiano per ringraziare, per portare un dono alla vedova del donatore, per il nuovo cuore che ora le batte dentro procurandole un certo senso di estraneità. In compenso riceve indietro una nuova storia su come il cuore è stato ottenuto, non donato. Quel cuore, in cui la vedova riesce ancora a sentire il marito. Una pièce adatta ad essere trapiantata in molteplici luoghi, pur rimanendo intatta nella propria intensità.
Eleonora Tedeschi
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LEI. CINQUE STORIE PER CASANOVA
Cinque scrittrici italiane sono state invitate a immaginare la storia delle donne di Casanova. Le vicende del celebre seduttore sono quindi ri-viste con tutta la profondità dell'occhio femminile da Paola Capriolo, Benedetta Cibrario, Carla Menaldo, Maria Luisa Spaziani e Mariolina Venezia
Passiamo attraverso corridoi, chiostri e stanze affrescate della magnifica Certosa di San Martino e nel nostro percorso incontriamo cinque donne.
" Quando uscivo dalle notti lunghe avvinghiata al suo corpo tutto portava il suo odore. Ogni cosa l'odore della sua pelle(...) Di sesso, sapeva." La monaca M.M. è sul suo letto. Una stanza scura e austera. È lei che ha insegnato a Casanova come sedurre una donna attraverso i tutti i sensi e adesso, in un letto pieno di fantasmi, notte dopo notte, nella sua reclusione volontaria si lascia lacerare dal desiderio.
"Ho desiderato davvero che tu amassi ancora come hai amato me. Con la stessa bruciante intensità (...) Non esiste nulla che possa farci sentire vivi più della passione, ed è vivo che io ti voglio (...)" È mollemente adagiata in una bianca vasca da bagno, dietro di lei uno struggente tramonto sul Golfo di Napoli. È la dolce Henriette, il primo amore di Casanova. Sono passati dieci anni e nel saperlo vicino il suo cuore ha un sussulto. Ma non cede alla tentazione di rivederlo. Fuggendo da lui ha conservato intatta la felicità del loro amore, redendolo così eterno.
"«Su, Marie-Anne, ringrazia il signore come si deve...» E io ti ho ringraziato, a modo mio. Si può dire che non abbia mai fatto altro." La terribile Charpillon è rinchiusa in cella, in mano ha gli orecchini di Casanova. Quei piccoli luccicanti oggetti le hanno insegnato che per avere bisogna dare qualcosa in cambio, sempre. Gli orecchini per i quali aveva dato il suo primo bacio. A Casanova.
"Nè mariti né gendarmi, né padri infuriati né alluvioni (...) niente lo aveva costretto a rinunziare a un amore (...) Possibile che proprio l'ingenua sposina lo avesse messo nel sacco?" Ed ecco Lucrezia, l'unica che è riuscita a far piangere Casanova. La pudica e candida donna, pur di non vederlo sposato alla giovane figlia gli aveva fatto credere che lui ne fosse il padre. Abilità di donna.
"(...) in amore la più grande vittoria sta nell'arrendersi, e fra tutti i sensi, in grado di procurare il massimo piacere è quello che pur non essendo uno di loro tutti li racchiude e li trascende: Il cuore". È con l'esuberante e fresca Lia che si conclude lo spettacolo. La cruda verità di un Casanova ormai vecchio e la sua fama leggendaria stridono al punto da far nascere nella giovane diciottenne il desiderio di darsi a un attempato Casanova.
È con un senso di gratitudine che lo spettatore si congeda. Gratitudine per l'emozione di una notte d'estate sotto la luna piena, per le parole, per la magia del luogo, per l’altra faccia della medaglia di quella che non può definirsi altro che una grande storia d’amore.
Eleonora Tedeschi
Passiamo attraverso corridoi, chiostri e stanze affrescate della magnifica Certosa di San Martino e nel nostro percorso incontriamo cinque donne.
" Quando uscivo dalle notti lunghe avvinghiata al suo corpo tutto portava il suo odore. Ogni cosa l'odore della sua pelle(...) Di sesso, sapeva." La monaca M.M. è sul suo letto. Una stanza scura e austera. È lei che ha insegnato a Casanova come sedurre una donna attraverso i tutti i sensi e adesso, in un letto pieno di fantasmi, notte dopo notte, nella sua reclusione volontaria si lascia lacerare dal desiderio.
"Ho desiderato davvero che tu amassi ancora come hai amato me. Con la stessa bruciante intensità (...) Non esiste nulla che possa farci sentire vivi più della passione, ed è vivo che io ti voglio (...)" È mollemente adagiata in una bianca vasca da bagno, dietro di lei uno struggente tramonto sul Golfo di Napoli. È la dolce Henriette, il primo amore di Casanova. Sono passati dieci anni e nel saperlo vicino il suo cuore ha un sussulto. Ma non cede alla tentazione di rivederlo. Fuggendo da lui ha conservato intatta la felicità del loro amore, redendolo così eterno.
"«Su, Marie-Anne, ringrazia il signore come si deve...» E io ti ho ringraziato, a modo mio. Si può dire che non abbia mai fatto altro." La terribile Charpillon è rinchiusa in cella, in mano ha gli orecchini di Casanova. Quei piccoli luccicanti oggetti le hanno insegnato che per avere bisogna dare qualcosa in cambio, sempre. Gli orecchini per i quali aveva dato il suo primo bacio. A Casanova.
"Nè mariti né gendarmi, né padri infuriati né alluvioni (...) niente lo aveva costretto a rinunziare a un amore (...) Possibile che proprio l'ingenua sposina lo avesse messo nel sacco?" Ed ecco Lucrezia, l'unica che è riuscita a far piangere Casanova. La pudica e candida donna, pur di non vederlo sposato alla giovane figlia gli aveva fatto credere che lui ne fosse il padre. Abilità di donna.
"(...) in amore la più grande vittoria sta nell'arrendersi, e fra tutti i sensi, in grado di procurare il massimo piacere è quello che pur non essendo uno di loro tutti li racchiude e li trascende: Il cuore". È con l'esuberante e fresca Lia che si conclude lo spettacolo. La cruda verità di un Casanova ormai vecchio e la sua fama leggendaria stridono al punto da far nascere nella giovane diciottenne il desiderio di darsi a un attempato Casanova.
È con un senso di gratitudine che lo spettatore si congeda. Gratitudine per l'emozione di una notte d'estate sotto la luna piena, per le parole, per la magia del luogo, per l’altra faccia della medaglia di quella che non può definirsi altro che una grande storia d’amore.
Eleonora Tedeschi
LE TROIANE
Non è necessario conoscere Euripide e la storia dell’antica Grecia, non è necessario conoscere francese, portoghese e spagnolo per capire questa tragedia dal volto femminile. Perché la desolazione, i toni, i volti parlano un linguaggio comune a tutti. In una scenografia desolata, brulla, sulla nuda terra è rappresentato il dramma delle donne troiane dopo la sconfitta, in attesa di essere portate via e spartite come schiave dai vincitori.
Le Troiane è il lavoro di esordio della Compagnia Teatrale Europea, guidata dai registi Annalisa Bianco e Virginio Liberti e formata da giovani attori provenienti da cinque paesi diversi. Una compagnia multiculturale e multilingue dunque, che porta sul palcoscenico suoni e voci di lingue diverse, sottotitolate, tradotte in scena ma anche lasciate semplicemente lì, incomprensibili. Perchè tanto anche chi non conosce la lingua capisce il dramma, capisce cosa voglia dire non capirsi. Vincitori e vinti, troiani e greci, due culture diverse, sottolineate dalla diversità linguistica.
Riflettori puntati dunque sui deboli, sui vinti. Riflettori puntati sulle donne troiane. Riflettori puntati sulla violenza, sulla desolazione che la guerra si lascia dietro le spalle. Una violenza di morti, di tombe che spuntano in mezzo a gigli bianchi, una città distrutta, in fiamme. Il destino di Ecuba, Cassandra, Andromaca e Elena è il destino delle vittime di tutte le guerre del mondo. L’attualità della guerra si impone in questo spettacolo. Come non pensare ai massacri quotidiani, ai teatri di guerra di cui anche oggi è pieno mondo? Una tragedia che acquista attualità attraverso le parole della scrittrice Susan Sontag e della giornalista russa Anna Politkovskaja.
Le donne dicevamo. A loro si contrappongono uomini e dèi. Vestiti in moderni abiti estivi dai colori chiari e occhiali da sole, ridono alle loro spalle, scherniscono la loro disperazione, leggono il giornale, pescano, mangiano pizza, chiaccherano e si scambiano sigarette. Il destino delle donne troiane è deciso e le vediamo in attesa in quella che ha tutta l’aria di una sala d’aspetto. Una Ecuba vestita a lutto, alla maniera delle donne meridionali, si dispera insieme alle altre che subiranno la sua stessa sorte, e si sdoppia in tre diverse figure, tre attrici diverse a rappresentare la lacerazione interna. Le nere navi greche arrivano. E’ la fine di Troia.
Eleonora Tedeschi
Le Troiane è il lavoro di esordio della Compagnia Teatrale Europea, guidata dai registi Annalisa Bianco e Virginio Liberti e formata da giovani attori provenienti da cinque paesi diversi. Una compagnia multiculturale e multilingue dunque, che porta sul palcoscenico suoni e voci di lingue diverse, sottotitolate, tradotte in scena ma anche lasciate semplicemente lì, incomprensibili. Perchè tanto anche chi non conosce la lingua capisce il dramma, capisce cosa voglia dire non capirsi. Vincitori e vinti, troiani e greci, due culture diverse, sottolineate dalla diversità linguistica.
Riflettori puntati dunque sui deboli, sui vinti. Riflettori puntati sulle donne troiane. Riflettori puntati sulla violenza, sulla desolazione che la guerra si lascia dietro le spalle. Una violenza di morti, di tombe che spuntano in mezzo a gigli bianchi, una città distrutta, in fiamme. Il destino di Ecuba, Cassandra, Andromaca e Elena è il destino delle vittime di tutte le guerre del mondo. L’attualità della guerra si impone in questo spettacolo. Come non pensare ai massacri quotidiani, ai teatri di guerra di cui anche oggi è pieno mondo? Una tragedia che acquista attualità attraverso le parole della scrittrice Susan Sontag e della giornalista russa Anna Politkovskaja.
Le donne dicevamo. A loro si contrappongono uomini e dèi. Vestiti in moderni abiti estivi dai colori chiari e occhiali da sole, ridono alle loro spalle, scherniscono la loro disperazione, leggono il giornale, pescano, mangiano pizza, chiaccherano e si scambiano sigarette. Il destino delle donne troiane è deciso e le vediamo in attesa in quella che ha tutta l’aria di una sala d’aspetto. Una Ecuba vestita a lutto, alla maniera delle donne meridionali, si dispera insieme alle altre che subiranno la sua stessa sorte, e si sdoppia in tre diverse figure, tre attrici diverse a rappresentare la lacerazione interna. Le nere navi greche arrivano. E’ la fine di Troia.
Eleonora Tedeschi
CHIE CHAN E IO
Quattro donne, quattro voci attraverso le quali fluisce il monologo interiore di Kaori, un coro polifonico in cui le parole rimbalzano e si susseguono in una scenografia completamente bianca, onirica. L'adattamento teatrale del romanzo di Banana Yoshimoto porta in scena gli strati più profondi dell'anima di una quarantenne single e indipendente che scopre il bisogno dell'altro. Chie Chan, la cugina poco più giovane di lei della quale si prende cura dopo la morte della madre, è silenziosa, eppure riempie lo spazio con la sua presenza. Con i suoi fiori, con i suoi gesti ripetitivi crea per Kaori uno spazio di serenità. Chie Chan è come un caminetto acceso, il fuoco illumina, scalda il viso e dona un senso di pace e di appartenenza. Chie chan, con la sua presenza, infonde a Kaori una tranquillità così estenuata da sfociare in tenera malinconia e languore.
La paura della morte. Da un incidente, non grave, capitato alla cugina, si snoda la riflessione di Kaori. La morte delle persone amate, la morte di Chie Chan. Cosa accadrebbe se Chie Chan morisse? Da quella domanda, da quella paura si dipanano pensieri che si intrecciano, si sgretolano, si sviluppano in millle altri fili, a creare una ragnatela, un coro di voci, domande, desideri. La soddisfazione dei desideri materiali di lusso ed eleganza non appagano il desiderio dell'anima di dipendenza, non valgono la vita di qualcuno che ami. E' il significato di famiglia la base di questa riflessione. Cos'è la famiglia? Un mero legame di sangue, o un'affinità di anime? Stare insieme in silenzio, guardare il mare senza dire una parola. Il silenzio di Chie Chan riempie la casa e la vita di Kaori. Eppure, si scoprirà alla fine, Chie Chan non è realmente sangue del suo sangue, è stata cresciuta dalla zia ma non è sua figlia. Il legame non viene meno, la condivisione e l'intimità neanche. La famiglia è un caminetto acceso, l'odore della zuppa di riso preparata da Chie Chan, la famiglia è sentirsi piantati a terra con solide radici, la famiglia è non sentirsi soli.
Tutto cambia e, anche se impercettibilmente, si trasforma. Kaori prova a pensare a qualcosa di solamente suo: il bianco e il celeste di Napoli vista dal traghetto, le luci di Murano, l'azzurro della Cappella Sistina, il profumo dei limoni, il bacio nel silenzio dell'aereo di un uomo originale e misterioso, i fiori di Chie Chan, i ricordi, luoghi che superano i confini del tempo, il rosso di qualcosa che brilla nel petto, il luccicante mistero che ogni persona porta dentro di sè.
Eleonora Tedeschi
La paura della morte. Da un incidente, non grave, capitato alla cugina, si snoda la riflessione di Kaori. La morte delle persone amate, la morte di Chie Chan. Cosa accadrebbe se Chie Chan morisse? Da quella domanda, da quella paura si dipanano pensieri che si intrecciano, si sgretolano, si sviluppano in millle altri fili, a creare una ragnatela, un coro di voci, domande, desideri. La soddisfazione dei desideri materiali di lusso ed eleganza non appagano il desiderio dell'anima di dipendenza, non valgono la vita di qualcuno che ami. E' il significato di famiglia la base di questa riflessione. Cos'è la famiglia? Un mero legame di sangue, o un'affinità di anime? Stare insieme in silenzio, guardare il mare senza dire una parola. Il silenzio di Chie Chan riempie la casa e la vita di Kaori. Eppure, si scoprirà alla fine, Chie Chan non è realmente sangue del suo sangue, è stata cresciuta dalla zia ma non è sua figlia. Il legame non viene meno, la condivisione e l'intimità neanche. La famiglia è un caminetto acceso, l'odore della zuppa di riso preparata da Chie Chan, la famiglia è sentirsi piantati a terra con solide radici, la famiglia è non sentirsi soli.
Tutto cambia e, anche se impercettibilmente, si trasforma. Kaori prova a pensare a qualcosa di solamente suo: il bianco e il celeste di Napoli vista dal traghetto, le luci di Murano, l'azzurro della Cappella Sistina, il profumo dei limoni, il bacio nel silenzio dell'aereo di un uomo originale e misterioso, i fiori di Chie Chan, i ricordi, luoghi che superano i confini del tempo, il rosso di qualcosa che brilla nel petto, il luccicante mistero che ogni persona porta dentro di sè.
Eleonora Tedeschi
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