(F. è Ennio Flaiano. Quello che dice è tratto dalle recensioni che scrisse, sull’Europeo del 1966 e 1967, sulla “Lunga notte di Medea” di Corrado Alvaro e sulla “Medea” di Jean Anouilh).
sabato 28 giugno 2008
A teatro con F. - La Medée di J.L. Martinelli
(F. è Ennio Flaiano. Quello che dice è tratto dalle recensioni che scrisse, sull’Europeo del 1966 e 1967, sulla “Lunga notte di Medea” di Corrado Alvaro e sulla “Medea” di Jean Anouilh).
mercoledì 18 giugno 2008
NUOVE SENSIBILITA' - Martedì 17 Giugno, Teatro Nuovo
di Valerio Balestrieri
5 atti unici da 20 minuti, 5 progetti, 5 Compagnie, 5 Regioni differenti.
Un unico filo rosso che li accomuna…i 5 sensi.
MY Showreel
Durata: 100 minuti + intervalli
TARGET - Spettatore livello BEGINNER dai 20 anni in su
LA VISTA
Di punto in bianco, testo, coreografia e regia Lara Guidetti
Il corpo sociale si muove, si agita, agisce in azione perenne tra voci e rumori che non sono né musica ne disturbo. E’ più un suono univoco, il suono del tutto. Il corpo vive in questo tutto agendo senza senso…le azioni quotidiane riproposte in rapida sequenza meccanica sanno più di androide che di uomo. D’un tratto il ‘patatrak’! Un virus porta la cecità ad un intera popolazione che viene così ‘oscurata’ in un ‘ghetto’; è qui che i ‘malati’ smettono di agitarsi (vivere) e cominciano (o ricominciano?) a strisciare. E’ la vista il mezzo. E’ la vista il linguaggio sociale comune. Senza occhi è tutto un groviglio di corpi che si aggrappano l’un l’altro. Non è più vita.
L’OLFATTO
Zia Rosa di Tennessee Williams, regia Valentina Rosati
E’ una zia come tante, tutta cucina e attenzioni per i nipoti (uno ‘di carne’ ed uno acquisito) che l’hanno accolta in casa. E’ ripiegata su se stessa, come chi ha incassato molti pugni dalla vita. Adora e odora le rose; il suo unico e solo ‘impegno’ è salvare il roseto dal vento e così, in attesa della bufera, munita di forbici taglia i boccioli. I nipoti sono vuoti; tv e chiacchiere. La zia è un peso, deve andare via. Il dolore la distrugge e stretta nel roseto si lascia morire nell’ennesima tempesta. L’olfatto è il suo tramite, è il filtro che all’odore di rosa, rende tutto più sopportabile, persino la morte.
IL GUSTO
L’albero, di Francesco Ghiaccio, regia Marco D’Amore
Due fratelli, uno andato e uno rimasto. Giocavano insieme sotto un’albero. Adesso quello ‘rimasto’ è solo. Mangia, i buoni ‘sapori di una volta’ ricorda non volendo ricordare. Dimentica allora, i giochi e le persone. Anche qui c’è odio e sopravvivenza. Il mondo è scomodo specie per chi è solo. E se il fratello torna? Allora si può ricominciare a giocare. Sotto quell’albero magari, da cui in verità non si è mai allontanato. I rami alti, sono alti, solo perché alla base c'è il tronco che li regge. E’ questo il trucco. E’ questo il sapore della vita ‘di famiglia’.
L’UDITO
Family Show, regia e drammaturgia Lorenzo Facchinelli e Mara Ferreri
Tutti in un acquario, come pesci tropicali. E’ questa l’immagine voluta. Pesci rari, di colori e forme diverse che vivono nella stessa poca acqua. E’ una famiglia. Le relazioni sono telefoniche, gli intrecci viaggiano sul filo dei non detti (sempre al telefono). Incontri e scontri, nati per volontà o per caso, nell’era di una comunicazione filtrata da apparecchi; e si sta assieme giusto il tempo di una foto: un istante. Ci si sente, ma non ci si ascolta, l’udito è solo per se stessi.
IL TATTO
Affascinata, testo e regia Giuseppe L.Bonifati
Il tatto delle due mani giunte in preghiera. Il tatto del tocco della ‘tammorra’ che accompagna la scena. Il tatto delle mani di chi sa togliere ‘l’affascino’ con acqua e olio. Come nella tradizione di Roberto De Simone di donna c’è solo un carattere mascolino, quasta volta a petto nudo. Sacro e profano si intrecciano, come dita; l’anziano che comprende e vorrebbe conservare, il giovane che vuole a tutti i costi ‘provare’. E’ il gioco delle parti, sotto un velo di cultura popolare che in qualche modo cerca di preservare, con il magico, le virtù. Ma in un modo o nell’altro il tatto, il toccarsi di uomo e donna in questo caso, prima o poi, farà il suo corso.
Valerio Balestrieri
ENGLAND
Spettatori e attori si mescolano in uno spazio che ha superato le barriere di palco e platea. Due gli ambienti, all'interno della stessa galleria, in cui si svolgono i due atti della pièce. In mezzo, uno spazio comune nel quale gli spettatori vengono portati altrove, in un luogo in cui convivono intimo e universale, dove grandi concetti etici e morali sventolano alle spalle delle personali storie dei due personaggi.
L'ultimo lavoro di Tim Crouch, nel riadattamento italiano di Carlo Cerciello, è un susseguirsi di frasi, secche, imperative, lasciate fluttuare nell'aria, due voci che si alternano e, di quando in quando, parlano all'unisono. Niente ci è chiaramente spiegato, allo spettatore il ruolo di mettere insieme i pezzi del puzzle.
Due perfetti inglesi, molto eleganti, molto sobri, con un self control tutto "british", alle prese con la tragedia di una malattia, vedono crollare il loro mondo di bellezza, di arte. La donna è malata. Il potere dei soldi le riesce a procurare un nuovo cuore e le regala ancora alcuni anni di vita. Dall'altra parte del mondo una donna ha perso il giovane marito. La donna e il suo nuovo cuore viaggiano per ringraziare, per portare un dono alla vedova del donatore, per il nuovo cuore che ora le batte dentro procurandole un certo senso di estraneità. In compenso riceve indietro una nuova storia su come il cuore è stato ottenuto, non donato. Quel cuore, in cui la vedova riesce ancora a sentire il marito. Una pièce adatta ad essere trapiantata in molteplici luoghi, pur rimanendo intatta nella propria intensità.
Eleonora Tedeschi
LEI. CINQUE STORIE PER CASANOVA
Passiamo attraverso corridoi, chiostri e stanze affrescate della magnifica Certosa di San Martino e nel nostro percorso incontriamo cinque donne.
" Quando uscivo dalle notti lunghe avvinghiata al suo corpo tutto portava il suo odore. Ogni cosa l'odore della sua pelle(...) Di sesso, sapeva." La monaca M.M. è sul suo letto. Una stanza scura e austera. È lei che ha insegnato a Casanova come sedurre una donna attraverso i tutti i sensi e adesso, in un letto pieno di fantasmi, notte dopo notte, nella sua reclusione volontaria si lascia lacerare dal desiderio.
"Ho desiderato davvero che tu amassi ancora come hai amato me. Con la stessa bruciante intensità (...) Non esiste nulla che possa farci sentire vivi più della passione, ed è vivo che io ti voglio (...)" È mollemente adagiata in una bianca vasca da bagno, dietro di lei uno struggente tramonto sul Golfo di Napoli. È la dolce Henriette, il primo amore di Casanova. Sono passati dieci anni e nel saperlo vicino il suo cuore ha un sussulto. Ma non cede alla tentazione di rivederlo. Fuggendo da lui ha conservato intatta la felicità del loro amore, redendolo così eterno.
"«Su, Marie-Anne, ringrazia il signore come si deve...» E io ti ho ringraziato, a modo mio. Si può dire che non abbia mai fatto altro." La terribile Charpillon è rinchiusa in cella, in mano ha gli orecchini di Casanova. Quei piccoli luccicanti oggetti le hanno insegnato che per avere bisogna dare qualcosa in cambio, sempre. Gli orecchini per i quali aveva dato il suo primo bacio. A Casanova.
"Nè mariti né gendarmi, né padri infuriati né alluvioni (...) niente lo aveva costretto a rinunziare a un amore (...) Possibile che proprio l'ingenua sposina lo avesse messo nel sacco?" Ed ecco Lucrezia, l'unica che è riuscita a far piangere Casanova. La pudica e candida donna, pur di non vederlo sposato alla giovane figlia gli aveva fatto credere che lui ne fosse il padre. Abilità di donna.
"(...) in amore la più grande vittoria sta nell'arrendersi, e fra tutti i sensi, in grado di procurare il massimo piacere è quello che pur non essendo uno di loro tutti li racchiude e li trascende: Il cuore". È con l'esuberante e fresca Lia che si conclude lo spettacolo. La cruda verità di un Casanova ormai vecchio e la sua fama leggendaria stridono al punto da far nascere nella giovane diciottenne il desiderio di darsi a un attempato Casanova.
È con un senso di gratitudine che lo spettatore si congeda. Gratitudine per l'emozione di una notte d'estate sotto la luna piena, per le parole, per la magia del luogo, per l’altra faccia della medaglia di quella che non può definirsi altro che una grande storia d’amore.
Eleonora Tedeschi
martedì 17 giugno 2008
Nuove Sensibilità del 16 giugno
Nuove sensibilità che vanno accettate in quanto tali, in quanto spinta, dolce o potente che sia, verso orizzonti ancora poco conosciuti, oppure conosciuti ma da altri in altri tempi, altri spazi e dedicati a orecchie altre e altri occhi.
SERVE di Gianluca Cheli - Monsieur Jean Genet e le sue serve, che giocano allegoricamente con l'aristocrazia in una sorta di limbo metaborghese. Questo da copione. In scena, tre televisori sintonizzati a filmare il rasoterra della cultura mediatica, da De Filippi a talk show vari. Un triangolo che è più una piramide spianata, a ricordarci, non bastasse l'inginocchiatoio, che quello di Genet è un luogo di culto in cui si celebra l'apparenza. Due attrici - ché tali rimarranno fino in fondo - entrano spedite in sottoveste e mezza maschera. Il resto è forse troppo gridato e sa di eccesso qua e là, dove la messinscena ricalca ciò che scenografia e testo avevano già deciso. Come spesso accade poi nelle operazioni di recupero testi, dal conto avanza a tratti il rischio di attualizzare a tutti i costi, anche quando, come in questo caso, il testo dice tutto. L'idea di tener nascosto il viso delle due serve è rischiosa, viaggia sul filo pericolante dell'anonimato spinto oltre, anche dove non si riesce sempre a sostenerlo.
In BIOS UNLIMITED Filippo Andreatta sfoglia pagine di letteratura pura e, dove a dettare è il Paul Auster di “Esperimento di verità”, pagine di resoconto il più possibile, appunto, scientifico. Sempre che una scienza della casualità in fin dei conti esista. Pagine di narrazione, che l'autore sceglie di far "intrasentire" registrate, mescolate a sottofondi confusi che spazzano le immagini. È uno spettacolo di figura, ché sulla scena sole sorgono piccole case di legno come d'uccelli migrati, vuote. E niente altro accade se non il cambio delle luci che vi s'incastra su spigoli e buchi che le rivelano cave. Se l'idea è interessante, era forse necessario osare di più nella partitura sonora e nelle stesse luci, specialmente se l'idea forte doveva essere quella della grande città che è continuo movimento, continuo spiegarsi di vite e incrociarsi di sguardi.
C'è poi la piccola e felice impresa di VERY CONTEMPORARY MEN, in cui Damiano Madia che elabora l'ironia, l'humour nero e l'assurdità globalizzante e globalizzata del buon Rodrigo Garcìa, per costruire uno specchio che ci ritrae tutti. Il tema è quello generazionale e, al ritmo dell'ultraglobal televisivo che incastra coreografie da sfida di “Amici” – esilaranti – e monologhi che cabaret zelighiano. Al suono di una umile chitarra pop, viaggiando tra accento torinese e slang siciliano si abbatte qualsiasi parete, verso un coinvolgimento emotivo che ci fa rimpiangere la breve durata di quello che – ci conforta – è solo uno spezzone, uno studio di ciò che sarà.
Memorabile il segmento finale in cui, in un ennesimo inchino a Garcìa, il duello è tra l'artista e il critico, che insiste per premiarlo in virtù della sua manifesta “sofferenza”. Ammicchiamo ai giurati, insomma, ma nel modo più fine. Una grande prova di ascolto e divertimento, per la prima vera boccata d'aria della serata.
MATERNITÀ (VOLEVO FARE UN FIGLIO MA POI C'HO RIPENSATO) di Reggimento Carri, Roberto Corradino. Prendendo spunto e – forse inutilmente, perché solo per qualche particolare – adattando all'Italia (è citato il format “C'è posta per te”) “Wiping My Mother's Arse” dello scozzese Iain Heggie, Corradino schiera in riga una vecchia madre tignosa (bravissimo, en travesti) e il suo medico di fiducia, raggiunti poi dal figlio di lei con relativa fidanzata. Si percepisce, purtroppo, la differenza tra attori più o meno bravi, specialmente quando la scelta registica radicale del piazzato che illumina una composta riga di corpi richiede invece eccellenza distribuita ovunque, ché una voce senza corpo, se è rischio corso per partito preso, difficilmente risulta davvero efficace.
SE SI HA L'AMORE IN CORPO NON SERVE GIOCARE A FLIPPER di Livia Gionfrida. Entrando in sala le hostess consegnano agli spettatori una bandiera dell'Italia. “Così partecipate”, dicono. Sul fondo appaiono cinque personaggi vestiti di bianco, rosso e verde. Lo spettacolo si gioca a numeri, uno ciascuno, ognuno un frammento del nostro paese, tra ansie da prestazione, masturbazione, omofobia, calciomania e violenza. Si passa da uno all'altro in un confondersi e riconoscersi nei movimenti, ché le identità dei protagonisti sono filtrate attraverso lenti da sole che non svelano mai. A farla da padrone è l'eccesso in tutto e per tutto, anche laddove un urlo di meno non avrebbe guastato. Ma c'è grande attenzione al corpo e al suo potere di schiudersi e nascondere, nel gioco d'ammiccamenti a un nuovo nazionalismo che incombe. Ad ogni modo la performance stilla più politica e riflessione sociale di quanto non stilli parole e pensieri di Fassbinder, a una nota del quale il titolo rimanda.
Sergio Lo Gatto