(F. è Ennio Flaiano. Quello che dice è tratto dalle recensioni che scrisse, sull’Europeo del 1966 e 1967, sulla “Lunga notte di Medea” di Corrado Alvaro e sulla “Medea” di Jean Anouilh).
sabato 28 giugno 2008
A teatro con F. - La Medée di J.L. Martinelli
(F. è Ennio Flaiano. Quello che dice è tratto dalle recensioni che scrisse, sull’Europeo del 1966 e 1967, sulla “Lunga notte di Medea” di Corrado Alvaro e sulla “Medea” di Jean Anouilh).
"Pantagruel Sister-in-Law" di Silviu Purcarete
giovedì 26 giugno 2008
VIAGGIO, NAUFRAGIO E NOZZE DI FERDINANDO PRINCIPE DI NAPOLI di Carlo Presotto e Titino Carrara da W. Shakespeare
PRIMEPAROLE. Nave scomposta e ventre all'aria ventre gonfio d'acqua scura. Tempesta stoffa. Benvenuti in questo circo di rumori in cui le gocce sono pietre d'avventura, scagliate a tutta forza contro il vento. Sirena canta e cantano gli scogli. Isola bruna.
Ammassati, sperduti nella sala del Real Albergo dei Poveri. Fuori-luogo come abbiamo capito capita in questa Festa del teatrovunque. Due soste distinte e poi l'approdo al posto sicuro di spettatori convenzionali. Prima il sonno del vecchio Prospero, poi il suo sogno, fatto di tempeste e spiriti vorticanti. Figura concitata di un naufragio architettato. Speso e narrato con potenza d'incantesimo. Riconosciamo, disgustosa e curva, la figura di Calibano, mentre di Ariel ce ne sono quattro, vestiti come da sognatori sonnambuli in pigiama, entusiasti per questa loro fantasia. Il resto della vicenda si svolge nell'arena, l'osserviamo seduti, comodi e privilegiati, mentre davanti si scopre scena fatta a frammenti di nave in disastro. Scopriamo quattro diversi Prospero, uno per ogni ruolo, da padre a stregone, da sovrano spodestato a giullare che racconta disegnando favole a una Miranda incredula di tutto. Con quest'ultima compare Ferdinando, due innamorati bambini, ingenui che fanno ridere gli spettri, s'innamorano al suono della reciproca voce, mentre sopra quella di tutti gli altri arriva la lirica (di canto come di movimenti) di una delle Ariel (Arianna Moro), fatta davvero “della stessa sostanza di cui son fatti i sogni”. C'è spazio per Calibano laido e “bestio”, che parla una vulgata medievale mista a spagnolo maccheronico, con movenze da Commedia dell'Arte, c'è spazio per il teatro itinerante e il teatro ragazzi che si mescola a quello dei burattini (degli Accettella), c'è spazio per l'ambiente videoproiettato e l'incursione – inserita ad arte nella vicenda – degli aeroplani che partono e atterrano rumorosamente a Napoli. Nessun faro getta coni di luce invano, in questa enorme produzione in bilico tra un ricco percorso visivo e sonoro, un parco giochi festoso e un circo con qualche numero sbilenco. Eppure quest'“Isola che non c'è” è forse troppo vivace, dimentica a volte di quel cupo sapore di inesorabilità che Shakespeare aveva distillato insieme alla malinconia del sogno, in questa sua ultima “Tempesta”.
Sergio Lo Gatto
lunedì 23 giugno 2008
“Tanto amor desperdicado”
di Tommaso Chimenti Bencini
NAPOLI – Dentro il Maschio, metaforico e fortilizio, accadono cose che voi umani nemmeno immaginate. La divisione è tra un portoghese, musicale ma anche lamentoso e strascicato, per i cavalieri senza macchia e senza paura (uno assomiglia incredibilmente a Caravaggio) che da rudi si fanno agnellini sacrificali, in un processo dialettico sublime ma saturo di letteratura e poco di realtà, e la scelta caduta sul francese per le quattro dame, trafficone, imbroglione, traditrici, infingarde, ingannatrici, dedite ai travestimenti, belle ma spigolose caratterialmente che applicano artifici e controffensive da spionaggio in un cortile-arena sabbioso e polveroso che rilascia la propria nube da silicosi attorniato da un porticato squadrato che pare uscito da un dipinto di De Chirico, che sembra fare a pugni, simmetrico e lineare, con il fumo che s’innalza centrale, astratto e misterico. Misoginia a badilate in questo Shakespeare. Due lingue lontane, diverse, per sottolineare l’incomunicabilità dei mondi sessuali. Lo scontro tra lo studio maschile, “matto e disperatissimo”, e la leziosità della carne, tra l’essere cicala o formica, tra le lettere e le dame, gestisce la piece in bilico tra i quattro moschettieri moralizzatori e fanatici acculturati e le donzelle tentatrici che di gentil sesso hanno soltanto una vaga ombra. Nella rena i passi dei contendenti, nemici-antagonisti sembrano a loro volta scrivere altri versi, nuove frasi, diverse soluzioni dialettiche per un percorso narrativo decifrabile per un finale scontato che alza polveroni muovendosi come ballo a corte medievale-corrida-gioco della bandierina da beach. L’amore, trattato alla stregua di una malattia incurabile dalla quale fuggire, tratteggiata con un’ambientazione noir da bassi istinti animaleschi e pericolosi, lascia i quattro paladini distrutti (“Amici miei” ma che si prendono troppo sul serio), disfatti, logori dal sentimento fintanto che il classico espediente del “teatro nel teatro”, con il furbo zotico a menar le danze, non riequilibri le sorti della contesa pareggiando, con pena conclusiva da scontare, la bilancia del dare e dell’avere.
venerdì 20 giugno 2008
P.O.M.P.E.I. 1° SCAVO Poco Ortodossi Maldestri Piccoli e Inutili
Eleonora Tedeschi (Lettera 22)
mercoledì 18 giugno 2008
ENGLAND di Tim Crouch, con Paolo Coletta e Mercedes Martini. Regia di Carlo Cerciello
Non sarebbe forse possibile raccontare una struttura così complessa. Una rete in cui rimangono incastrati rapporti, sogni, desideri, dolori e delusioni. Non sarebbe giusto rendere lineare questo flusso continuo.
di Sergio Lo Gatto
PRIMEPAROLE. L'arte è universale. Guardate. Sono un riflesso di tutto il mondo in viaggio per mille specchi. Guardate. Da qui si vede tutto. E io dimentico di ogni punteggiatura. Basta punto. Non c'è spazio per l'ambiguità. Non è arte. Questo è come appariamo.
Queste le righe che questa penna, come a dire questo cuore, stillava, mentre “guardavamo”, appunto, “England” di Tim Crouch alla Changing Role Gallery. Il misterioso ingresso di una donna con cappello e occhiali scuri ci suggerisce che in quel luogo piccolo e caldo qualcosa di grande sta per accadere. Poi, come sangue che invade in silenzio piccola ferita, ecco sgorgare prima lei, poi lui.
Lei alle prese con il racconto di un amore totale, lui dal fare sufficiente ed ermetico, tutt'uno con le opere d'arte che per mestiere valuta e per tasche d'altri acquista. Immersi, noi con loro, nella considerazione del luogo, proprio quella Changing Role Gallery di Napoli che s'immagina invece essere a Londra - “da qui si vede la Tate Modern” -, trasformata in museo della solitudine di coppia. E tale resterà, che loro parlino o semplicemente guardino, noi saremo con loro ovunque vorranno portarci o farci guardare - “guardate!” -, ovunque.
Eleganti, annoiati e sexy, due inglesi perfetti sono i napoletani Paolo Coletta e Mercedes Martini. Asciutta e trascinante la scrittura dello scozzese Tim Crouch, tradotta con sapienza da Luca Scarlini e con forza diretta da Carlo Cerciello che, ci dice Coletta, ha voluto togliere ogni frivolezza alla recitazione dei due.
Arte dell'apparenza, sangue vivo della sostanza, soprattutto se dal difficile rapporto tra i protagonisti si cade sulla falce della morte, si parla di cuori trapiantati, si amano parole come cura, malattia, espiazione, dolore. È in ogni angolo, “England”, un trapianto perfettamente speculare, dal concetto di compravendita d'opere fino al colloquio – spinto avanti da un'efficacissimo dialogo con interprete – con la moglie del morto che ha donato il cuore a lei. Si parla di lei e di lui, nomi non si concedono volentieri, nel testo tutto appare come un flusso continuo interrotto da spazi. Ci si confonde spesso e volentieri su quale sia il momento narrato, quale lo spazio, ma mai su quale sia il senso, cuore che pulsa di inesorabilità, nello spazio angusto e caldo in cui, in fin dei conti, nulla si risolve. Magistrale. Davvero magistrale.
Sergio Lo Gatto
ENGLAND
Spettatori e attori si mescolano in uno spazio che ha superato le barriere di palco e platea. Due gli ambienti, all'interno della stessa galleria, in cui si svolgono i due atti della pièce. In mezzo, uno spazio comune nel quale gli spettatori vengono portati altrove, in un luogo in cui convivono intimo e universale, dove grandi concetti etici e morali sventolano alle spalle delle personali storie dei due personaggi.
L'ultimo lavoro di Tim Crouch, nel riadattamento italiano di Carlo Cerciello, è un susseguirsi di frasi, secche, imperative, lasciate fluttuare nell'aria, due voci che si alternano e, di quando in quando, parlano all'unisono. Niente ci è chiaramente spiegato, allo spettatore il ruolo di mettere insieme i pezzi del puzzle.
Due perfetti inglesi, molto eleganti, molto sobri, con un self control tutto "british", alle prese con la tragedia di una malattia, vedono crollare il loro mondo di bellezza, di arte. La donna è malata. Il potere dei soldi le riesce a procurare un nuovo cuore e le regala ancora alcuni anni di vita. Dall'altra parte del mondo una donna ha perso il giovane marito. La donna e il suo nuovo cuore viaggiano per ringraziare, per portare un dono alla vedova del donatore, per il nuovo cuore che ora le batte dentro procurandole un certo senso di estraneità. In compenso riceve indietro una nuova storia su come il cuore è stato ottenuto, non donato. Quel cuore, in cui la vedova riesce ancora a sentire il marito. Una pièce adatta ad essere trapiantata in molteplici luoghi, pur rimanendo intatta nella propria intensità.
Eleonora Tedeschi
martedì 17 giugno 2008
Nuove Sensibilità del 16 giugno
Nuove sensibilità che vanno accettate in quanto tali, in quanto spinta, dolce o potente che sia, verso orizzonti ancora poco conosciuti, oppure conosciuti ma da altri in altri tempi, altri spazi e dedicati a orecchie altre e altri occhi.
SERVE di Gianluca Cheli - Monsieur Jean Genet e le sue serve, che giocano allegoricamente con l'aristocrazia in una sorta di limbo metaborghese. Questo da copione. In scena, tre televisori sintonizzati a filmare il rasoterra della cultura mediatica, da De Filippi a talk show vari. Un triangolo che è più una piramide spianata, a ricordarci, non bastasse l'inginocchiatoio, che quello di Genet è un luogo di culto in cui si celebra l'apparenza. Due attrici - ché tali rimarranno fino in fondo - entrano spedite in sottoveste e mezza maschera. Il resto è forse troppo gridato e sa di eccesso qua e là, dove la messinscena ricalca ciò che scenografia e testo avevano già deciso. Come spesso accade poi nelle operazioni di recupero testi, dal conto avanza a tratti il rischio di attualizzare a tutti i costi, anche quando, come in questo caso, il testo dice tutto. L'idea di tener nascosto il viso delle due serve è rischiosa, viaggia sul filo pericolante dell'anonimato spinto oltre, anche dove non si riesce sempre a sostenerlo.
In BIOS UNLIMITED Filippo Andreatta sfoglia pagine di letteratura pura e, dove a dettare è il Paul Auster di “Esperimento di verità”, pagine di resoconto il più possibile, appunto, scientifico. Sempre che una scienza della casualità in fin dei conti esista. Pagine di narrazione, che l'autore sceglie di far "intrasentire" registrate, mescolate a sottofondi confusi che spazzano le immagini. È uno spettacolo di figura, ché sulla scena sole sorgono piccole case di legno come d'uccelli migrati, vuote. E niente altro accade se non il cambio delle luci che vi s'incastra su spigoli e buchi che le rivelano cave. Se l'idea è interessante, era forse necessario osare di più nella partitura sonora e nelle stesse luci, specialmente se l'idea forte doveva essere quella della grande città che è continuo movimento, continuo spiegarsi di vite e incrociarsi di sguardi.
C'è poi la piccola e felice impresa di VERY CONTEMPORARY MEN, in cui Damiano Madia che elabora l'ironia, l'humour nero e l'assurdità globalizzante e globalizzata del buon Rodrigo Garcìa, per costruire uno specchio che ci ritrae tutti. Il tema è quello generazionale e, al ritmo dell'ultraglobal televisivo che incastra coreografie da sfida di “Amici” – esilaranti – e monologhi che cabaret zelighiano. Al suono di una umile chitarra pop, viaggiando tra accento torinese e slang siciliano si abbatte qualsiasi parete, verso un coinvolgimento emotivo che ci fa rimpiangere la breve durata di quello che – ci conforta – è solo uno spezzone, uno studio di ciò che sarà.
Memorabile il segmento finale in cui, in un ennesimo inchino a Garcìa, il duello è tra l'artista e il critico, che insiste per premiarlo in virtù della sua manifesta “sofferenza”. Ammicchiamo ai giurati, insomma, ma nel modo più fine. Una grande prova di ascolto e divertimento, per la prima vera boccata d'aria della serata.
MATERNITÀ (VOLEVO FARE UN FIGLIO MA POI C'HO RIPENSATO) di Reggimento Carri, Roberto Corradino. Prendendo spunto e – forse inutilmente, perché solo per qualche particolare – adattando all'Italia (è citato il format “C'è posta per te”) “Wiping My Mother's Arse” dello scozzese Iain Heggie, Corradino schiera in riga una vecchia madre tignosa (bravissimo, en travesti) e il suo medico di fiducia, raggiunti poi dal figlio di lei con relativa fidanzata. Si percepisce, purtroppo, la differenza tra attori più o meno bravi, specialmente quando la scelta registica radicale del piazzato che illumina una composta riga di corpi richiede invece eccellenza distribuita ovunque, ché una voce senza corpo, se è rischio corso per partito preso, difficilmente risulta davvero efficace.
SE SI HA L'AMORE IN CORPO NON SERVE GIOCARE A FLIPPER di Livia Gionfrida. Entrando in sala le hostess consegnano agli spettatori una bandiera dell'Italia. “Così partecipate”, dicono. Sul fondo appaiono cinque personaggi vestiti di bianco, rosso e verde. Lo spettacolo si gioca a numeri, uno ciascuno, ognuno un frammento del nostro paese, tra ansie da prestazione, masturbazione, omofobia, calciomania e violenza. Si passa da uno all'altro in un confondersi e riconoscersi nei movimenti, ché le identità dei protagonisti sono filtrate attraverso lenti da sole che non svelano mai. A farla da padrone è l'eccesso in tutto e per tutto, anche laddove un urlo di meno non avrebbe guastato. Ma c'è grande attenzione al corpo e al suo potere di schiudersi e nascondere, nel gioco d'ammiccamenti a un nuovo nazionalismo che incombe. Ad ogni modo la performance stilla più politica e riflessione sociale di quanto non stilli parole e pensieri di Fassbinder, a una nota del quale il titolo rimanda.
Sergio Lo Gatto